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Savinio e
"il Mito dell'Unità"
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Savinio e "il Mito dell'Unità"Note alla Nuova Enciclopedia di Gianantonio Grosso
“Ai morti si fa dire, si fa fare ciò che in vita essi non avrebbero né fatto né detto. Quale maggiore vigliaccheria?” (Alberto Savinio – Nuova Enciclopedia)
Che il sole muova da levante non è un caso. Di lì si alza. E non è vero! E non è del tutto esatto dire che stia fermo. L’immobilità non è di questo universo, poiché qui tutto è mutevole, quindi relativo. E’ questione di “punti di vista” o più precisamente, dipende dal sistema di riferimento adottato. Ma “costruire rimane pur sempre l’ideale dell’uomo, ossia tenere viva questa finzione necessaria dell’immobile e del duraturo (1)” perché deriva “dalla precisa volontà dell’uomo di opporsi alla vita naturale, che è tutta movimento e transito, e dunque una continua morte ed una continua rinascita, e costruirsi un mondo che dà piena garanzia di solidità e di durata. (2)”
Una finzione necessaria Tolemaico significa: “non secondo naturale verità, ma secondo il desiderio dell’uomo e la sua finzione, ispirata dal timore di morire e dal desiderio di durare. (3)” (v. nota 4) Se Copernico si attardasse nella pubblicazione del suo libro per paura o per eccesso di modestia, non è dato a sapere; ma la sua rivoluzione “incruenta” è tra quelle che non possono essere dimenticate. Eppure la lingua, come i sensi umani, persiste nell’errore, o meglio non si aggiorna: ben sappiamo che come strumento di comunicazione ordinaria essa sia preda dei luoghi comuni. L’uso ne svilisce il senso, o meglio, l’abitudine del parlar quotidiano ne automatizza le capacità espressive. Meglio sarebbe dire allora “Cala la terra”, riferendoci all’agente, invece di “Sorge il sole”, come il bagnante si rigira sulla sabbia per non arrostire, alla ricerca di un’uniforme abbronzatura. Oppure “Rotazione eccellente” per “Bella giornata”, ma questo comunemente non accade. E’ quindi attraverso la funzione poetica che si realizzano le istanze di rinnovamento (aggiornamento) all’interno dell’atto linguistico, la quale è sempre presente nel messaggio, di qualunque natura esso sia.
La consapevolezza dell’ambiguità. “Oggi non c’è possibilità di una scienza circolare, di una scienza conchiusa. Oggi non c’è omogeneità di cognizioni. Oggi non c’è affinità spirituale tra le cognizioni… (5)” Nemmeno attraverso la ricerca etimologica, il ritorno al significato originario, è possibile approdare ad una comunicazione orientata, univoca: “Devoti alla dea Ragione, gli uomini si illusero d’aver toccato con mano la Verità. (6)” Ma di quale Verità si tratta? Una conoscenza oggettiva, o forse la possibilità di trascrivere il reale senza falsificarlo? Tra gli studi giovanili di Savinio, registriamo l’emozionante lettura dell’opera di Nietzsche e Schopenhauer: “Soltanto gli eventi interiori, in quanto concernono la volontà, hanno una vera realtà e sono avvenimenti reali; poiché solo la volontà è la cosa in sé… La molteplicità è fenomeno e gli eventi esteriori sono semplici configurazioni del mondo fenomenico, per cui non hanno, immediatamente, né realtà né significato, ma solo mediatamente attraverso il loro rapporto alla volontà dei singoli. (7)”; “…Tutto ciò che giunge alla nostra coscienza viene preliminarmente modificato, completato, semplificato, schematizzato, interpretato… (8)”. Ma la scoperta decisiva forse sta in queste righe: “E’ un puro e semplice pregiudizio morale credere che la verità valga più dell’apparenza; ed è pure l’ipotesi peggio fondata fra tutte… (9)” e ancora: “…L’arte ha maggior valore della verità”, perché “la volontà di apparire, di creare illusioni, di ingannare, la volontà di diventare e di mutare (ovvero l’illusione obiettivata) è considerata come più profonda, più primitiva, più “metafisica” della volontà di vedere il vero, la realtà, l’essere, dato che quest’ultimo è solo una forma della tendenza all’illusione. (10)” Savinio così lo definisce: “Nietzsche è un lirico… Il lirismo, questa cosa per eccellenza “priva di scopo”… è una forma di vita, è un’intelligenza… (11)”. E’ la vita per l’Arte che lo stesso Savinio abbraccia; ma l’arte è poi così priva di scopo? “L’uomo mentale non deve mai perdere di vista la ricostituzione del paradiso sulla terra né mai cessar di pensare questa ricostituzione come il solo e vero destino dell’umanità. L’arte è l’immagine, è la voce, è il pensiero di questo pensiero… (12)”; Così Savinio, riunendo come buoni amici Tolomeo e Copernico “in un piccolo limbo nel quale lo scherzo e il gioco vivevano nella loro purissima anarchia, sciolti da qualunque legge divina e umana (13)”, immolandosi come Codro per la salvezza di Atene, se ne va per questo universo allargato in cui convivono “nella maniera meno cruenta le idee più disparate, ivi comprese le idee più disperate (14)”.
Un dio che scorre, la fine di un dramma. “La verità assoluta, l’indirizzo unico, il significato solitario sono i nemici dell’uomo. (15)” L’arte diviene per Savinio pratica ascetica, l’incontro con i surrealisti un ritorno a casa: “Per rendere possibile questa espansione della mente, questa intelligenza più chiara, questa vista più lunga; per cominciare a intravedere l’altra parte del mondo che ai più è celata come l’altra faccia della luna… particolari condizioni sono necessarie e mai condizioni si erano così felicemente riunite… quanto nel ventennio 1910 – 1930… (16)”. Savinio inizia questa esplorazione con la volontà di dare forma all’informe e coscienza all’incosciente: “Nel surrealismo mio si cela una volontà formativa e, perché non dirlo? Una specie di apostolico fine. (17)” E’ l’artista che, conscio dell’inganno prodotto dalla mente, si osserva, o meglio ne osserva il funzionamento: “guardando meno con gli occhi della fronte che con quel terzo occhio che al dire degli stoici portiamo al sommo del cervello e col quale guardiamo i sogni (noi, servendoci di tale occhio per guardare la vita sveglia), uniti e fusi e con tutto quello che pensabilmente è, e con quanto ancora è di là del pensabile, e non più mortali ossia soggetti al dramma, che è cecità, incomprensione, impossibilità, ma eterni (18)”. La mente diviene soggetto e oggetto al tempo stesso della ricerca, autoanalisi e insieme autoliberazione: “Chi assicura che non sopravvivano in noi le regioni mistiche che dissero a Dante di scendere all’Inferno?... (19)”, “…perché si rivelò a noi l’altro aspetto di Dio (l’aspetto celato), l’altro aspetto degli dei (l’aspetto velato). (20)” Dio è in noi, è la nostra mente decondizionata da un irreale concetto di “io”, “indiata” direbbe Savinio: “…l’incarnazione di Gesù Cristo, ossia la manifestazione della parte “umana” di Dio, è per noi una “scoperta” poetica e la più alta, e la più commovente pure, la più patetica, e la più suadente testimonianza di quel mondo più vasto nel quale noi più liberi ci aggiriamo, più sciolti ci moviamo come nuotando nell’aria, come traversando a nostro piacimento al terra e ogni corpo solido…(21)” Non contro Dio, ma contro l’idea di Dio: “Dio nel significato di autorità suprema e accentratrice… solo nel significato compatibile con l’idea Dio (22)” “Il vecchio Dio è morto” scrive Nietzsche, “ecco l’orizzonte di nuovo sgombro, anche se non ancora terso, ecco i nostri vascelli liberi di riprendere la loro corsa… (23)”; la cupola tolemaica crolla: “E’ da una ragione “cosmica” che viene la nostra impossibilità di dramma: dalla sparizione di Dio. (24)” poiché, afferma Savinio, “Ateo è il Cristianesimo. E se ateo io sono, tale non per ragionamento io sono, ma perché cristiano.(25)”
La via di mezzo, per una democrazia mentale. “E’ per effetto di questo liberalismo che scioglie gli organismi della vita (in fondo tutto il lavoro umano consiste a contrastare il flusso naturale e “senza meta” della vita, e soltanto la mente liberale seconda e si adegua a questo flusso) tutto diventa “orizzontale” come nel Gabbiano di Cecov, tutto scorre, tutto va alla deriva. (26)” Mai come in questi giorni ci pervade il bisogno di superare le barriere, fisiche e mentali, che ancora ci dividono: “Non ci sarà democrazia… finché… gli uomini non si saranno abituati a cercare l’equilibrio e la stabilità nella pluralità e varietà delle idee…” perché “nessuna idea è degna di essere anteposta ad altre idee(27)”. Ora che “l’Europa” è approdata in Asia, seguendo il corso del Sole, l’unica speranza è che non si fermi. Non è la Terra a girare, giriamo noi!
Gianantonio Grosso
CIFRARIO
(fine) □ |
giorgio de chirico - andrea de chirico - 1909
cardarelli, bontempelli, savinio
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LAUSANNE
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