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WILLIAM BLAKEUN POETA APOCALITTICOThe Marriage di Denis Smaniotto Il matrimonio del cielo e dell’inferno, l’opera di Blake che ho preso in considerazione per individuare le basi teoriche della sua visione religiosa, composta all’incirca verso il 1790. E' ritenuta particolarmente significativa nel sottolineare il distacco del poeta dagli swedenborghiani, alla cui ideologia aderisce per pochi anni, segnando contemporaneamente la progressiva autonomia di pensiero che lo porterà a rifiutare d’ora in poi qualsiasi dottrina istituzionalizzata, marcandone il carattere prettamente antinomiano. Studiando il Matrimonio, mi aspettavo di cogliere l’essenza della teoria religiosa di Blake, vista la specificità di determinati assunti che a una prima veloce lettura avevo intravisto nell’opera. La mia idea di partenza era quella di analizzare, scandagliare, capire il significato specifico dell’opera. Ora, dopo alcuni mesi di letture e riletture, approfondimenti e prese d’atto di varie posizioni in diverse prospettive, comprendo non si possa prescindere dalla sistematicità dell’intero corpo di scritti blakiano, finemente elaborato e sviluppato in ogni diversa fase creativa della vita del poeta verso una stessa direzione; quindi sento l’obbligo di riconsiderare sommariamente e nella maniera più obbiettiva possibile il contenuto della suddetta opera, integrando contemporaneamente una sintesi generale del suo pensiero. Che il testo segni un momento importante nella vita dell’autore, è fuori di ogni dubbio, ma che sia questa l’opera che da alla luce le sue teorie sulla religione, è inesatto, poiché come ci fa notare la Corti in Il Primo Blake: Testo e Sistema, riprendendo direttamente un verso di Blake, “La produzione della nostra giovinezza e della nostra maturità si equivalgono in tutti i punti essenziali”. Ciò a dire, che se, nel Matrimonio troviamo determinate considerazioni, queste non nascono quali illuminazioni di un particolare momento, ma paiono piuttosto riflettere la scelta stilistica e creativa di tale particolare situazione, riprendendo su un piano prettamente concettuale, razionalizzato (per quanto si possa parlare di razionale in Blake), gli stessi concetti espressi diversamente in altre opere. E in questo senso si potrebbe forse azzardare una interpretazione di tali scelte stilistiche, seguendo lo svolgersi ciclico delle sue teorie, quasi si potesse identificare il Blake del Matrimonio, con l’Urizen della sua mitologia, la vecchia e senescente ragionevolezza, contrapposta in questo caso alla visionaria immaginazione di Orc, il principio antesignano dei primi canti, o di quelli successivi, da Vision of the daughters of Albion, punto di arrivo e insieme di partenza verso l’apoteosi immaginativa della ciclica riidentificazione con Orc stesso. Ma non è questa l’analisi che ritengo di dover e anzitutto di essere in grado, di svolgere. Detto ciò, ribadisco che tale studio sarà incentrato sulla spiegazione delle teorie esposte nel Matrimonio, con l’ausilio di una più vasta base teorica, offerta da altre opere di Blake, secondo una analisi dei testi giovanili comparati a quelli della maturità. Cominciamo innanzitutto col vedere chi è William Blake. Blake è un antinomiano, termine sotto il quale sono solitamente raggruppate tutte quelle sette, quelle chiese che a partire dal ‘600, epoca di grandi fermenti sociali in Inghilterra, come del resto in tutta Europa, iniziarono a riunirsi nel nome di una comune avversione verso le istituzioni, politiche o religiose che fossero, sostenitori di una tradizione di pensiero che si perdeva nei secoli e che attingeva da varie fonti (tra le quali lo gnosticismo), rifacendosi ad esoteristi e mistici quali Bohème e Paracelso. È nota l’avversione di Blake per qualsiasi istituzionalizzazione, peculiarità che come già detto, lo porterà a staccarsi anche da una delle principali di queste sette, gli swedemborgiani appunto, facendo si che il suo pensiero si arricchisca non tanto dal sostegno di una dottrina di ufficializzata, bensì delle varie influenze delle quali avidamente si appropria elaborando le sue teorie: la Bibbia, Dante, Milton, ma anche Platone e altri grandi personaggi della storia. Studioso e pensatore fuori dei ranghi, egli assembla frammenti di verità, tessendo una tela che ora appoggia, ora rifiuta le varie posizioni dei gruppi radicali del tempo, in un intreccio appassionato quanto originale e coerente. Testimone di un periodo contrastato, egli imposta il suo pensiero secondo una dottrina dei contrari, facendo coesistere l’atteggiamento illuminista e la tradizione antinomiana. William Blake nasce nel 1757 a Londra, figlio di un calzolaio, e dimostra subito una certa propensione per l’arte e una particolare attitudine visionaria (pare che già all’età di quattro anni, egli dicesse di aver visto Dio, angeli, fate e giganti). Entra giovanissimo alla scuola di disegno e nel 1779 viene ammesso alla Royal Accademy come incisore. Già nell’84 la sua fama di disegnatore è abbastanza solida. Nel ’89, sposato, firma con la moglie una dichiarazione di appartenenza alla chiesa di Swedenborg. Nel frattempo nel ’88, elabora un nuovo metodo incisorio che d’ora in poi utilizzerà sempre. Per tutta la sua vita continuerà a dipingere, incidere e scrivere poesie, ottenendo anche lavori su commissione, trovandosi spesso anche in gravi difficoltà economiche, tant’è che negli ultimi anni della sua vita gli verrà offerto un sussidio. Muore nel 1827, sconosciuto ai più come poeta, più noto come pittore disegnatore. Cresciuto probabilmente in un ambiente di fervore antinomiano (pare che uno zio facesse parte della chiesa muggeltoniana, una di quelle chiese di dissenter che abbracciavano la fede antinomiana nel ripudio della legge morale e l’identificazione della ragione col principio satanico), le sue letture furono molteplici e sarebbe probabilmente riduttivo elencare le fonti a cui sappiamo per certo s’ispirò, poiché i suoi interessi erano estesi e vari. Il Matrimonio è composto nel periodo in cui Blake e la moglie si separano dagli swedenborghiani, momento che, come ho già anticipato si configura particolarmente caratteristico per lo svolgersi del suo pensiero. Ciò che Swedenborg, scienziato e mistico (che aveva rivolto i suoi studi alle scienze naturali finchè una profonda crisi religiosa gli fece credere di essere stato investito da Dio nel compito di stendere una nuova interpretazione delle scritture), tentò di fare, fu di portare il suo contraddittorio insieme di idee all interno di un quadro concettuale elegante e razionalizzato. In esso Blake trovò conferma del suo stile di pensiero per corrispondenze, fu incoraggiato a parlare dell’oggettivazione delle sue intuizioni come visioni, vide confermato il suo modo di interpretare la Bibbia, considerata come mito o parabola. Swedenborg era morto nel 1785 e aveva lasciato dei manoscritti attorno ai quali si erano radunati alcuni discepoli formando un centro di comunicazioni internazionali. La nuova chiesa divenne un terreno di raccolta per un misto di ricercatori di esperienze mistiche: bohmisti, rosacrociani e altri che presto iniziarono a divergere su questioni di sesso e rivoluzione. Comunque sia è certo che l’umanità divina era all’epoca al centro del discorso di Swedenborg. La dottrina era in breve, che Cristo è Dio, con la conseguente affermazione che in Cristo vi è una divina trinità, presente d’altra parte in ogni uomo, composta da anima, corpo e operazione e la chiesa era stata radunata per glorificare l’umanità divina dei fedeli. Dio era in una sola persona; in quanto alla sua divinità essenziale egli è il padre; in quanto alla sua umanità divina egli è il figlio; in quanto all’operazione divina egli è lo spirito santo. Ma già in questi assunti Blake fa fatica a riconoscersi desideroso com’è di abbandonare l’immagine paternalistica di Dio e la conseguente umiliazione davanti allo stesso richiesta dalla confessione di fede della nuova Gerusalemme. D’altra parte per i Blake l’intero momento fu carico di conflitto, anche se di profondo significato. L’idea di base che li accomuna è di fatto quella della necessità di una nuova chiesa composta dall’umanità rigenerata. Secondo Blake tuttavia il complesso della Nuova Chiesa è la vita attiva, in disaccordo con il cerimoniale tradizionale, di cui si riappropria invece la Nuova Gerusalemme, ripristinandone quasi completamente il vocabolario ritualistico e le forme. Fu questo il motivo a causa del quale i Blake si allontanarono con un più radicale senso di disincanto e disgusto, confermando la loro idea che la vita attiva perisce all’interno delle cerimonie. Frutto di quest’esperienza, il Matrimonio raccoglie ciò che egli ha inteso, assimilato, comparato in questi anni, divenendo una sorta di manifesto apocalittico nel quale si sviluppano le sue tesi sulle religioni, sulle deità e sulla natura dei valori tradizionali, tramite una esposizione concettualizzata, scarna di riferimenti simbolici, e più concisa. Caratteristica dell’opera è la trasvalutazione dei normali valori di bene e male, e comunque degli opposti in genere. Poste le basi del discorso il titolo è sicuramente esplicito. Nell’Argomentazione, il primo dei capitoletti del breve libro, esposta in versi appare subito la tesi centrale: gli opposti, quali bene e male, amore e odio, attrazione e repulsione, cielo e inferno per l’appunto, sono necessari all’umana esistenza, intrinseci alla natura stessa dell’uomo. È utile considerare la concezione sistematica che Blake ha dell’uomo nella sua interiorità, e della storia stessa, per capire meglio su che cosa si fonda la sua teoria degli opposti qui solo accennata. Se come Blake stesso dice in una delle sue ultime visioni, tutto è eterno, è altrettanto vero che il suo concetto di eternità sottende un ripetersi all infinito delle fasi che ogni identità umana deve percorrere nella sua esistenza finalizzata a reintegrare l’immagine materiale dell’uomo nell’originario Corpo Universale, l’archetipa indissolubile Human Form Divine. Tali fasi sono i quattro momenti successivi di caduta, travaglio, risveglio, redenzione apocalittica. Se l’esistenza umana si configura in Blake come un incessante ciclo di generazione, morte, rinascita, la forma dialettica in cui si realizza tale visione è quel mitologema chiamato ciclo di Orc, dove Orc e Urizen sono i due principi opposti, simbolo rispettivamente della ribellione all’autorità e alla legge, incarnazione dello spirito rivoluzionario, e sua antitesi, dio remoto delle religioni ortodosse, come pure sovrano dispotico che impone l’obbedienza servile e soffoca l’aspirazione dei popoli, archetipo di crudeltà e tirannia, raffigurato vecchio, per la senescente ragionevolezza, e bianco per la spenta vita emotiva. Urizen e Orc presiedono alla concezione esistenziale non solo dell’uomo ma anche della storia della civiltà umana, divisa in sette grandi periodi, ognuno dominato da una particolare religione. I primi tre coprono la fase della caduta che impiegò varie generazioni. Durante la prima era, Lucifer, forze disordinate ma possenti cercano di controllare l’universo, mentre energie titaniche emanazioni di Albion lottano per contrastarle (e tutto ciò corrisponde al mito classico della guerra dei titani contro Zeus). I Giganti vengono sconfitti dagli dei e ha inizio così l’era di Moloch, in cui si instaura un regime politico religioso oppressivo e cruento. Con il successivo Elohim si assiste alla creazione dell’uomo nella sua forma caduta, Adamo, che dello spirito umano rappresenta l’immagine materiale, fisica; l’uomo caduto mantiene però in sé, latente una scintilla di originaria creatività divina che gli consentirà di ricostruirsi. Seguono quattro ere. Con l’avvento del Cristo si apre il settimo e ultimo ciclo storico. Considerata nel suo insieme la storia appare a Blake come un grande ciclo unitario in cui, dopo una fase simbolizzata dalla nascita di Orc, nella quale vengono prodotte opere di eccezionale forza immaginativa, si passa a un lungo intervallo di tempo caratterizzato dal formalizzarsi delle religioni in moduli astratti, mentre la conoscenza declina nell’empirismo e nel razionalismo. Il ciclo si conclude con l’annientamento della vita immaginativa causato dal predominio della filosofia materialistica. Tuttavia, proprio alla fine appaiono i nuovi profeti, animati dallo spirito di un rinascente Orc: pur venendo schiacciati dalla legge di Urizen, questi trasgressori imprimono alla civiltà l’impulso che ricrea la vita. A tal proposito rileviamo nel testo un asserzione particolarmente significativa: ”I Giganti che diedero a questo mondo la sua forma di esistenza sensuale, ed ora in esso sembrano vivere in catene, sono invero le cause della sua vita e le fonti di ogni attività; ma le catene sono l’astuzia di menti deboli e docili che hanno potere di resistere all’energia: come dice il proverbio, chi manca di coraggio è esuberante d’astuzia. Una parte dell’essere è così il Prolifico, l’altra il Divorante. Al divoratore può sembrare di tenere il produttore nelle sue catene, ma non è affatto così; egli afferra solo brani d’esistenza, e gli pare il tutto. Il Prolifico cesserebbe tuttavia d’esistere se il divoratore come un mare, non accogliesse l’eccesso delle sue gioie. Chiunque tenti di riconciliarli, attenta all’esistenza stessa ” È facile ravvedere qui un esplicito attacco alla religione di stato, accusata di un impensabile, disastroso e inutile tentativo di riconciliazione. Dunque, sia individualmente che collettivamente, l’umanità deve percorrere una sorta di cammino spirituale, che si protrae all’infinito e che vede opposti due principi, il Prolifico e il Divoratore, o come si vogliano chiamare, Orc e Urizen, immaginazione e ragione, rivoluzione e tirannia. Due principi opposti che consentono una progressione, che permettono un equilibrio salvifico, in grado di mantenere in tensione i contrari, custodi della vita. “Da questi contrari scaturisce ciò che l’uomo religioso chiama Bene e Male. Bene è la passività che ubbidisce a Ragione. Male è l’attività che scaturisce da Energia. Bene è il Cielo, Male è l’Inferno.” L’emblema della chiusura del circolo è Orc, crocifisso sull’albero in forma di serpente, che significa l’assorbimento dell’esistenza umana nell’ordine ciclico della natura Ora, tale concezione ciclica si presenta intrinsecamente legata alla elaborazione simbolica del numero quattro, che conduce alla idea degli Zoa. L’uomo archetipico è formato dai quattro Zoa, i quattro principi vitali posti in relazione simultanea e di opposta dinamica, la cui unitarietà costituisce lo Universal Body, il corpo macroscopico. Ogni Zoa si identifica con una parte del corpo umano e presenta sia associazioni simboliche di carattere naturalistico, sia analogie spaziali (essendo la realtà del mondo inseparabile dall’attività mentale), secondo lo schema che segue: URIZEN: testa – sole – Sud THARMAS: petto – luna – Ovest LUVAH: lombi – stelle – Est URTHONA: gambe – montagne – Nord Ai quattro Zoa corrispondono altrettante aree esistenziali, quattro modi possibili di essere e di vivere, che Blake chiama rispettivamente Eden (per Urizen), Beulah ( per Tharmas), Generation (per Luvah), Ulro (per Urthona). L’ultimo rappresenta lo stato “solipsistico” dell’individuo che affidandosi al solo ragionamento astratto, annulla il proprio potenziale immaginativo e si appaga di una concezione materialistica, il vero inferno, caotico e indifferenziato, in cui soggetto e oggetto si confondono in una mescolanza mostruosa, per la quale Blake conia il termine di Ermaphrodite. Il paradiso della ragione che misconosce l’inferno delle passioni non è in grado di comprendere, se non sotto la specie di una falsa urizenica pietà, l’irrefrenabile dialettica umana articolata tra i doveri dell’intelletto e i desideri della carne, poiché paradiso e inferno sono nati assieme e si giustificano reciprocamente nell’apocalisse della visione profetica. “Reprimono il desiderio solo quelli che lo Hanno tanto debole da poterlo reprimere; l’elemento repressivo o ragione ne usurpa allora il posto e fa da guida a chi non sa volere. Così frenato, il desiderio si fa gradualmente passivo fino a non più essere che ombra di sé.” Sempre nel Matrimonio, tra i Proverbi Infernali, raccolti tra i fuochi dell’inferno dal poeta per mostrare la natura della sapienza infernale, troviamo: “Chi desidera ma non agisce, alleva pestilenza” e “Sarebbe meglio per te uccidere un bimbo nella culla che cullare desideri inattuati”, entrambi espliciti nel mettere in guardia dal tentativo di repressione della morale religiosa e delle istituzioni in genere. Il sesso, è secondo Blake potenzialmente oggetto di salvezza per l’uomo caduto, che tramite l’amore sensuale, può giungere assieme all’amata a un ricongiungimento con lo Universal Body, alla reintegrazione edenica. Nel Matrimonio Blake sostiene in uno slancio visionario: “non appena al cherubino con la spada fiammante sarà ordinato di smontare la guardia all’albero della vita, subito l’intero creato sarà consumato e apparirà infinito e sacro, mentre ora non appare che finito e corrotto. Avverrà ciò per via d’un progredire del godimento sensuale.” Così come tutte le istanze naturali, anche il sesso, fa parte di quegli istinti che spesso vengono resi moralmente inaccettabili dalle urizeniche volontà dominatrici, gli angeli del Matrimonio, dei quali blake dice: “ Ho sempre trovato che gli angeli hanno la vanità di parlare di sé come di unici saggi: lo fanno con la sicumera germogliante dal sistematico ragionamento”. Ma l’Eros non tollera troppe controversie, pena lo smarrimento e la perversione; delicatamente creativo nell’innocenza edenica, esso può infatti trasformarsi nell’errore fondamentale dell’umanità caduta e condurla alla morte dello spirito. In Blake c’è un radicale convincimento che una sessualità fine a sé stessa e rivolta al piacere materiale, provoca il ripiegarsi dell’individuo nel Selfhood, nell’egoismo che impedisce di stabilire un rapporto di “poiesi spirituale”, tra amato e amata e l’amore degenera in lussuria e desiderio di possesso. In tal caso l’Eros può divenire una rete che imprigiona l’attività mentale rendendola inerte: in Jerusalem gli istinti sessuali vengono chiamati “these nets of beauty and delusion”, reti di bellezza e delusione. Nel Blake maturo delle Profezie, comprendiamo che Generation rappresenta la fase mediana tra la vita immaginativa di Beulah e la solitudine solipsistica di Ulro: se l’impellenza generativa o procreativa non si trasforma in istanza creativa, il sesso, anziché condurre a una reintegrazione interiore, rappresentata da Eden, lo fa cadere definitivamente nell’inferno del proprio egoismo, Ulro. Dominata troppo a lungo dal piacere dei sensi, l’attività immaginativa subisce una perdita di entropia e diventa ek-stasi, mentre l’oggetto adorato si trasforma in Female Will, entità contrapposta. Per giungere alla Visione universale anche Beulah deve essere superato: l’ultimo stadio immaginativo è Eden, dove l’energia si incorpora nella forma e dove non esiste dipendenza della mente che percepisce dall’oggetto della percezione. L’impulso sessuale per Blake, dovrebbe condurre a una condizione immaginativa in cui l’oggetto della passione è, non più venerato ma amato, e l’amore a sua volta, dovrebbe farci pervenire a uno stadio superiore di comunione in cui l’oggetto esterno cessa di esistere come tale, perde qualità indipendente o femminile. L’amore sessuale, in Blake, si configura perciò come fenomeno interamente ambivalente, contemplando due prospettive di sviluppo antitetiche, simbolizzate dalle aree contrapposte di Eden e di Ulro. Eden nella mitopoiesi blakiana non equivale al mondo descritto nella Genesi, in cui avvenne la caduta dell’uomo, perché a questo il poeta riserba il nome di Beulah, rappresentante la condizione della sessualità soddisfatta. Eden è invece il regno della pura immaginazione, dell’alchimia dell’oggetto in soggetto. Eden in quanto poiesi mentale, in quanto esistenza immaginativa, simbolizza lo statuto umano più prossimo all’universalità, o meglio, fornisce all’uomo caduto la condizione più adatta alla sua reintegrazione nell’infinito. È una sorta di tramite tra l’eterno divino e l’umano, verso questo mondo la cui prima manifestazione è Beulah, l’area della sessualità. Se Beulah è il regno dell’amore, ovvero della trasformazione dell’oggetto nell’essere amato, Eden è la sfera assoluta dell’arte, ovvero della trasformazione dell’oggetto nell’ente creato: Eden è la forma quadruplice della vita spirituale fatta di immaginazione, amore, potenza, saggezza; è dunque la Fourfold Vision, aperta verso l’infinito. Il Matrimonio, del titolo si può a questo punto configurare come quel processo in grado di restituire all’uomo la sua conformazione naturale, quella libera interdipendenza di intelletto e passioni che costituisce la fondamentale metafora strutturale della sua “mitopietica visione”: il Bene e il Male, Cielo e Inferno, semplici termini tecnici che designano entrambi caratteristiche umane, al di la di qualsiasi connotazione morale, non possono che giungere allo sposalizio che li lascia indenni nella loro natura, e conferisce il medesimo valore e dignità alla loro esistenza; matrimonio appunto e non annullamento o fusione l’uno nell’altro. Il bene coincide con il cielo, regno dell’ortodossia, del dogma, Urizen se vogliamo, il principio dell’ortodossia, come pure il sovrano dispotico che impone l’obbedienza servile e che richiama nel nome (dal greco ourizein=limitare), la sua volontà di reprimere il desiderio di espansione innato nell’uomo, entro limiti ben definiti, così come gli angeli rappresentano la cieca accettazione della morale religiosa con i suoi codici; il male coincide invece con l’Inferno, luogo della vita, della immaginazione, della rivoluzione, tanto che i diavoli appaiono come gli unici pensatori originali e liberi, rappresentati da quello che nella mitopoiesi blakiana è identificato con Orc, opposto appunto ad Urizen, trasposizione visionaria di Prometeo, archetipo di ribellione alla legge e all’autorità, incarnazione dello spirito rivoluzionario. Bene dunque come passività che ubbidisce a ragione, male come energia, quell’energia creativa che descrive il mondo come visione, in accordo con il genio poetico, l’unico vero Dio presente nel cuore di ogni uomo. “I poeti antichi hanno astratto le loro deità mentali, creando così un sistema di cui alcuni si sono approfittati rendendo schiavo il popolo. Gli uomini hanno così dimenticato che Dio è nel cuore di ognuno.” Sempre attraverso la saggezza infernale, apprendiamo infatti che: “Il culto di Dio consiste nell’onorare i suoi doni negli altri uomini, in accordo con il genio di ciascun uomo, e nell’amare meglio gli uomini più sono grandi: quelli che invidiano o calunniano i grandi uomini odiano Dio; poiché non c’è altro Dio.” La rivelazione, la visione apocalittica del Matrimonio, è insieme anche un atto d’accusa al sistema di credenze imposte dai vecchi codici religiosi e una rifondazione del principio che l’uomo interiorizzando e comprendendo, può utilizzare per iniziare quella reintegrazione che lo porterà allo stato edenico, di cui abbiamo parlato. “Tutte le Bibbie, codici sacri, sono state causa dei seguenti errori: - Che nell’uomo ci sono due principi reali di esistenza, cioè un corpo e un’anima. - Che l’energia chiamata male, procede solo dal corpo; che la ragione chiamata bene procede solo dall’anima. - Che Dio in eterno torturerà l’uomo avendo egli seguito le proprie energie. Ma i seguenti contrari a tali errori sono verità: - Nell’uomo non c’è un corpo distinto dall’anima; il cosiddetto corpo è una parte dell’anima che i cinque sensi, maggiori antenne del nostro evo, discernono. - Solo l’energia è vita, e procede dal corpo; la ragione non è che il confine o il cerchio esterno dell’energia. - L’energia è l’eterno piacere.” L’atto religioso, è dunque per Blake, frutto della visione artistica, che si attua grazie al genio poetico, la scintilla divina che ogni uomo dopo la caduta porta con se e che tramite la, diciamo equilibrata soddisfazione dei propri desideri, nel rispetto di quel Matrimonio tra Bene e Male, Amore e Odio, consente all’individuo di reintegrarsi nella sostanza universale, sacra, infinita ed eterna da cui proviene. Tutti gli elementi che compongono il reale, quando siano percepiti con l’immaginazione, si manifestano nella loro autentica natura di “infinite particulars disseminati in minute particulars”. Nessun particolare può avere un’esistenza staccata da quella “Central Form” di cui è referente, ma tutte le singole manifestazioni si espandono all’infinito convergendo in una forma unitaria essenziale che è la “Human form Divine”, l’immagine eterna dell’uomo in quanto riflesso di Dio in termini particolari. La visione è il manifestarsi in forme imperiture di Dio-uomo, epifania del Genio Poetico, innato come le idee. Egli sostiene che l’atto conoscitivo è solo e sempre di natura mentale. L’artista vede intorno a sé non oggetti di esperienza, identità materiali conoscibili, bensì oggetti di pensiero, entità permanenti e ideali le cui forme vivono nella sua immaginazione. L’artista ricrea il mondo dando forme sensibili a quelle immagini eterne che possiede già in sé. L’opera d’arte non può essere il prodotto di una ratio, bensì di ispirazione. L’occhio capace di cogliere le identità permanenti è quello interno che si espande all’infinito nella mente dell’artista. Alla base del processo conoscitivo sta quell’unità dell’esistenza mentale che Blake chiama forma o immagine. Nell’atto percettivo soggetto e oggetto si uniscono. E solo attraverso l’esperienza visionaria l’uomo può cogliere le immagini archetipiche che ne consentiranno la reintegrazione. Il Genio si realizza solo trasformando energia emotiva e forza intellettuale nell’alchimia della creazione poetica, la quale è l’unica epifania di verità. La validità operativa del genio individuale viene indicata non da ciò che un poeta ottiene dal paradiso della ragione e della memoria, bensì da ciò che riesce a strappare continuamente all’inferno dei desideri, in una discesa (che ricorda molto la più famosa discesa dantesca) formativa e avventurosa negli abissi dell’ignoto. “Apparve alla ragione che il Desiderio fosse stato bandito, ma è versione del demonio che il Messia cadde, e formò poi un cielo con quanto gli riuscì di carpire all’Abisso.” All’eloquenza filosofica di Platone, Blake contrappone la tensione verso la propria reintegrazione, che si attua neutralizzando qualsiasi ideale astratto di perfezione; all’utopia che vive nella memoria raziocinante come modello per il presente e programma per il futuro, la potenza immaginativa che fornisce sia al passato che al presente un significato immediato. Secondo lui, la città ideale, ordinata dalla ragione, è una società delimitata e retta da una “autorità esasperata” che si sforza di correggere gli errori individuali attraverso un programma di restrizioni morali, che denotano una sostanziale sfiducia nel Genio della singola persona, poiché le possibilità derivanti solo dalla sistematica logica filosofica devono necessariamente affidarsi alla memoria collettiva invece che alla ispirazione profetica. Conclusioni: La modernità di Blake, come di qualsiasi altra grande personalità del passato che si staglia a riferimento di una certa continuità del sapere, è pressochè indiscutibile. Troviamo nel Matrimonio le rivelazioni basilari della psicologia freudiana, dal male inteso come energia, che coincide con il concetto di libido in Freud, al bene, la ragione blakiana che analogamente diviene sinonimo del super-io, censore della coscienza nella psicoanalisi. Ma come tralasciare evidenti similitudini con il sistema di analisi psicologica junghiana? L’attività analitica di Jung del materiale inconscio, legata all’esistenza di archetipi traducibili in immagini fortemente simboliche (la differenza principale sta forse nel fatto che Jung si serve principalmente dell’attività onirica – ma non solo! – Blake della visione cosciente); la enunciazione di modelli caratteriali, possibili modi d’essere degli individui ( i tipi psicologici dello psicologo, l’idea degli Zoa del poeta); il processo di individuazione e il suo legame con il numero quattro, similmente alla reintegrazione blakiana, basata anch’essa su di una concezione tetraedrica. Tutto ciò è sicuramente notevole e degno di approfondimenti. Ad un riepilogo finale, non posso tralasciare di notare l’estrema compattezza del Matrimonio, vero e proprio manifesto di un’artista caratterizzato da una sistematica continuità di pensiero, la cui produzione si sforza, tramite un incessante processo visionario, di descrivere la realtà, nitida e spoglia di quella illusorietà nella quale spesso (forse sempre più e fin troppo spesso), è celata. Che una realtà esente da intenti materialistici e utilitaristici sia ormai ritenuta antiquata, impossibile e destinata unicamente a una rievocazione nostalgica della cosiddetta età dell’oro, non esclude il fatto che se una tale realtà, la quale concepisce l’esistenza in termini più ampi, esiste al di la di qualsiasi tentativo di negazione, questa può essere conosciuta e vissuta, riscoperta e rivalutata, liberata infine dalle restrizioni che noi stessi ci imponiamo, e che ci portano a escludere ciò che non riusciamo a “vedere”. Perché, se c’è qualcosa che sappiamo ormai per certo, preziosa eredità dei grandi e piccoli maestri della storia, dalla psicologia ora, dall’uomo in termini più generici, è questo: che ogni nostro voler nascondere, negare, cancellare, ignorare, qualsiasi legittima forma d’esistenza, porta a pericolosi scompensi, porta dolore, porta negazione della vita nella sua complessità. Così ad esempio, il Taoismo ci esorta ad andare incontro al nostro destino, il Buddhismo a comprendere il dolore, il Cristianesimo ad accettare la volontà di Dio, la Psicologia ad integrare il nostro inconscio e a riconsiderare le nostre rimozioni. Blake ci esorta a vedere la vita. “Se si pulissero le porte della percezione, ogni cosa apparirebbe all’uomo come essa veramente è, infinita.”
Bibliografia: - Il Matrimonio del Cielo e dell’Inferno. William Blake, edizioni SE - Apocalisse e rivoluzione William Blake e la legge morale. Raffaello Cortina Editore - Libri profetici. William Blake, a cura di Roberto Senesi - Opere. William Blake, a cura di Roberto Senesi - Il primo Blake Testo e sistema. Claudia Corti, Longo Editore |
William Blake'sThe Marriage of Heaven and Hell
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![]() Blake selfportrait |
![]() pag. 2 |
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![]() pag. 21 |
![]() pag. 21 |
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![]() pag. 24 |
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![]() Cover |
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