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diamanda galas
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TORINO, 21 Settembre 2005
Le voci di Diamanda Galas Catabasi, anabasi? di Denis Smaniotto
DIAMANDA GALAS SONGS of EXILE
L’antro che conduce all’isola degli esiliati si spalanca, la voragine che cela, oltre i dirupi, i frammenti a milioni delle parole degli uomini che come bestemmie sopravvivono al casto susseguirsi delle morali. La voce, il grido come uno sfregio, la domanda: “Perché?”, che implora pietà, ogni capo chino per dovere o per scelta, sempre un’amara scelta, ogni latrato, tentativo di ribellione, appello alla stessa giustizia che ne decide la sorte. Seduto su una comoda poltrona, imbottita e rivestita di morbide stoffe provenienti dai laboratori segreti dei progettisti dell’evoluzione sonora, mi assopisco nell’attesa del segnale convenuto: le luci ancora accese e migliaia, forse solo centinaia di persone scuotono la testa davanti e dietro me, si sussurrano all’orecchio invece di erompere tutti assieme nella Voce unica che dice alcunché. E quando lo stimolo luminoso viene meno, anche gli ansiosi vibrii si placano, come i grilli d’estate smettiamo di sfregare le nostre corde vocali per produrre un silenzio, un lungo silenzio d’accompagnamento. Allora dall’altra parte del mondo sale l’insulto più grave, un formicolio la spinge oltre le quinte, rapida e decisa, come se giungesse da una camminata eterna, mai iniziata, e per questo leggera, senza fine, e quindi quasi impercettibile, ma indifferente e con ciò innegabilmente fascinata di mistero. Una donna, un uomo?, una donna greca; nera ma anche lontana, troppo per riconoscerne una possibile luminosità. Non saluta. E chi dovrebbe salutare quindi, se ancora non ha visto nessuno? Se ancora non ha saggiato il fetore delle nostre voglie? Anche seduta al pianoforte stento a riconoscere qualcuno. Si aggiusta lo sgabello come chiunque farebbe, muovendo un piede. E mi appare ancora più chiaramente fasciata in abiti che ho indossato anch’io. Mi svela una quotidianità che deve quindi far parte anche degli usi stravolti degli altri, di quelli che hanno lasciato la loro dimora, non abitano più al mondo. Gli esuli, gli esiliati, lontani da sé stessi. Le mani sui tasti dello strumento, i capelli, i capelli che scendono sulle spalle, e le braccia sono ciò a cui mi rivolgo ogni mattina quando esco di casa, quando m’incrocio per le strade e mi disconosco, quando mi parlo dicendomi cose che già conosco. Come se avessi da ottenere qualcosa mi protendo con insistenza, verso, cerco di abbracciare queste ombre che mi proietto, che esalano come vapori, sulfurei salgono dalle piaghe della sua carne che sento lacerata sotto le vesti. Come se non fossi li anch’io, cerco di raggiungere terra, di avvistare le sue voci per trarmi in salvo. Credo nei lamenti delle genti di cui canta, cerco di carpirne il messaggio. Lo spazio per l’intolleranza non ha dimensione qui dentro. Esce fuori. E così non riesco a tenere a bada altri pensieri, mi sfuggono mentre tento di fare spazio a tutti. Come si possa ascoltare seduti una cosa simile, come si possano conciliare tante esistenze diverse, come l’esistenza stessa possa concepire il traffico e la catarsi. Mi muovo attentamente, con lentezza. E sfioro il mio vicino, con il quale polemizzo sulle intenzioni, le mie e le sue, simili e distanti. Mi parla la voce di mille vissuti, forse solo cento, ognuna con le sue richieste o i suoi modi; ma è la loro intollerabile ostinazione a non essere nientificati, che li ritorce contro i noi assenti sulle poltrone, il nostro rifiuto ad udire anche di loro, che ci inquieta gli uni con gli altri. Se ne vanno alcuni, presi per mano con gli spettri che hanno scelto, con lo spettro che li ha scelti, forse rendendo loro più facile un confronto. Non sono addolorati, semplicemente infuriati, sfiancati dalle richieste pressanti che hanno ricevuto. Ebbene, i loro esuli pensieri sono ancora lì, fin da quando a mani giunte hanno spinto in giù: soffocare, tacere, morire. Restiamo noi, i più increduli, ad ascoltare sordi, parole che crediamo significare più delle nostre. Ci soffermiamo sugli ansimi, sottintendendo che siano i suoi, come sue sono le storie di questi dimenticati dalla Storia. I portatori di dolore, ci scherniscono le voci. Coloro che si inebriano della saggezza del mancamento, del mancato. Di colui che c’era e non c’è più, del suo grido contro la sopraffazione, che è stato celato e ora riprende vita. Noi abbiamo ancora, un surplus, vogliamo sentire ancora un po’. E lei, come una donna qualsiasi, ancora ci concede, allunga le mani sul pianoforte, ci sazia; come un qualsiasi musicista esce e riprende la scena. Anche se ormai abbiamo capito che la sua uscita non è più in un altro mondo. Ora noi e lei, siamo sulla stessa terra. Almeno fino a quando non si lascerà alle spalle anche noi, per scendere un’altra scala, salire un altro palco.
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