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Poetry
Francesco Panizzo
2005
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Dolo Dei
Ø
L ’umano che parla attraverso dio
Come legno dentro il fuoco , nolente volenti siamo
Nell’ondivaga costanza che ricerca sofferenze
Mutati in scelta identità benché somma di tante identità ;
Protesi credenti che esserci , essere , sia la sola costruita meta
Della felicità più umana e non solo ,
Sostituta ad una vita breve ed immortale
Anima di natura piena , è
L’eternamente carne mortale dell’io .
E’ la tecnologia , il flamenco su cui i nostri scheletri
Ballano l’arte del feretro senza fine .
Nessuna lagrima può abbeverare speranze
Tanto sono arse le nostre ossa .
L’agguato autoprodotto che voleva annientare la solitudine
È il ritorno della commedia prosa persa
Come ridicolo sprazzo al quale nessuna
tragedia potrà più rivolgere l’iride .
Neanche i topi osano più abitare le città .
Non solo il popolino rincalza affannandosi
La necrofila volontà di un sorriso , la bella imbrattata .
Auto da me perché non il nulla è l’ugola adatta , bensì altro .
Spenti semafori dall’alito di morte ,
Soli coturni vanno al passo che cade come crema e non vedo
Niente neanche il buio .
Questa vita uguale sempre a quella che sarà
È un segno ed un taglio , è il marchio , lo strappo
Vani e modesti gli impulsi
Insistono da dentro , tacendo .
Nessuna linfa
Non bocche godranno
L’ambrosia piacere di conoscere .
E’ a tale sfortuna già votato l’intelletto .
Gli stupidi convinti di fare la guerra con armi più forti,
Non hanno che offrire in tavole d’oro , gli ingranaggi testati
Di un sistema a soggetto che implode da sé .
La mia stupidità è patologica e sì
Un perno pulito di striscio , dal cocente bisogno di vie Negative .
Negative : fuor di pesi , prive di addobbi come di cenci ,
Sono l’addobbo e il cencio stessi,
Superfluo creato senza intenzione , rigetto ,
Autonomia abortita , flusso senza legame .
Grezzi ronzini i ricordi composti da volontà frettolose .
Arrivano dalla nebbia oscuri suoni di spente braci ,
Dalle selle brandelli di tessuto smosso dall’anda lenta
Sopra gli zoccoli gravi .
Un violino che inizia poi s’interrompe
Corrompe in un attimo qual sigillo di un panorama
Mentre inizia tamburino una rullata ma il vento lo devia .
Stentano comiche imbarazzanti adunanze di genti ,
Tarocchi assortiti , ai fasti devote …
Fedeli figuri spaventosi , dalle pelli incenerite con gusto sfumato ,
d’effetto
Le labbra presentano a O .
Tutto tace anche la preghiera .
Lunghe tiare in alata disposizione conferiscono alle gole un ascetico volo
Ma appare palese qual metro raggrumi
Tale forma di viola forca .
Molte saranno le facce la cui mente più ingenua
E’ cinta da ghirlande di rovi . Molte le mani,
Molti i piedi guarderanno lì , il dolo ,
Arrugginire la pietà Mandala nero
Per le spoglie malsane d’iconografie dolose ...
Con atto fabulatore il diabolico piano
Di un ecclesiastico ghigno sotteso …
Ah ! Ordita rivolta segno di penna indelebile rifiuto .
Organo disorganizzato per sempre , lungo le trame senza traiettoria ,
Intensità pura gemebonda voluttà
Fusa d’ accalorata gatta , stridere di materia
Arroventata dall’ amplesso col fuoco d’ entroterra .
Le tue astute assenze d’obbligo celeste sono
I raggi dell’ incanto privo di forma
Sono l’ atto universale ,
Morte compianta nera su nero
Nello specchio da un occhio che guarda
senza capire , finalmente guarda!
Serrare di palpebre , precipita un cuore del pianto e dell’incanto ancora
Raggi privi di forma …
Cani alla catena vanno ,
Baciati dai belletti della finzione
Quand’era fertile il nostro cuore
Così presto unto di francese rossetto
Profuso spingendo fino a mutare entrando nelle arterie
Il sangue della vita che voleva soltanto gioire fiatando
E che ora dovrebbe gridare per tornare all’impulso primario .
Dalle lacche per blocchi sul corpo tramortito , crivellata omogeneità
Dal perso suo tempo naturale giunge spurio il divenire in divenir
Obbligata all’ammaliante nome , dimentico dell’amore che gli diede vita
Pesto delle calunnie peggiori di tossine
Incallite nei centri nevralgici della natura.
Umanità e putridume che maleodora l’odore
Con prodotti delle sue messe in scena cenciose
Come un prete, la massa abiura lo sperma che era .
Dalle scatole del suo ridire ,
Ammuffisce gli stadi senza coagulare per paura di sbiadire …
Montano ciniglie al suono di flauti ed è così festa .
Muri bianchi dove bimbi circondano di gioco lo spazio
Ricorrono a cuori adulti come sirene d’allarme
Tanta soggezione comporta , quel bianco ricordo …
Sullo sfondo cala la sera, un cinguettio e uno scatto al volo ..
Minerale panorama la gioia , schiva ai veloci cambi di scena
Avvezza alla quiete o alla burrasca, teatro mai a casaccio
Un mondo tutto verticalmente coinciso e pieno , voluminoso e denso.
Un alveo un po’ timido che trasuda lungo i suoi muschi in penombra
La chiara luce assunta ad acqua espressa sorella primigenia
Anni di ossigeno riciclato assorto a contemplare anni
Anni
Anni
Anni
Dai bianchi abbagli stagionali con piume di cigno e pulviscoli come satiri
nell’aere
Inafferrabile moto dei colori suonato dal sole poi
Mozzartiane risatine sono spifferi su foglie fanciulle
Anche un serpente sveglio comporta qui un significato equilibrio.
Robusti canti sparsi , di odi e di ricordi ; un vento solenne ,
Magenta amore legato all’idea , affine paturnia al nodo di nubi
Se ne va la carne come sempre , e il mio corpo che non vuole nulla
Aspetta una mente grazie al tempo , ovunque .
Scandire di rudi maniere , vilipesi argomenti di rossi volti
Arcigne sono le strutture del bellico morbo
L’altro universo ha tre versi , arbusto di flebile vita
Privo di poteri esprime IL
Potere dalle redini morte .
Salto di piuma vorace nell’ ambito dell’ anima assente ,
perde la stima di quanto risulti . Come non vivere il soffio dell’ira?
Fuoco di verde polare mantello , dardo di colpi mai dati
Sale verticale alla vita , saluta le croci sul monte dolente , trafigge il
celo
Il celo
Celo !
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