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archeoestetica
FRANCO VOLPI I colori che piacciono al nulla(La Repubblica del 26 gennaio 1998)a
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UN DIALOGO
SULL'ARTE Tutti sappiamo che cos’è l’arte, ma ci troveremmo in imbarazzo se dovessimo definirla. Se poi considerassimo il concetto e la sua storia, la difficoltà risulterebbe ancora più aspra. I Greci usavano un’unica parola, techne, per indicare ciò che con i latini cominciò a dividersi in arte e tecnica. Ma quando e perché accadde questa biforcazione? E che cosa ha significato per la nostra comprensione di ciò che è arte? Suscita questi interrogativi un dialogo del maggio 1958 tra Heidegger e il pensatore giapponese Hisamatsu (1889-1980), esponente della celebre Scuola di Kyto, che la rivista MicroMega presenta per la prima volta in italiano a cura di Carlo Saviani con il titolo L’arte e il pensiero. Gli si affianca un saggio di François Jullien in cui, seguendo il filo conduttore dei concetti Logos e Tao, sono messi a confronto pensiero d’Oriente e d’Occidente. Fin dalle prime battute della conversazione appare chiara la difficoltà di far comunicare tra loro l’esperienza occidentale e quella orientale dell’arte. Immersi come siamo nella finitudine e nella storia, ed esposti al trascorrere distruttivo del tempo, non abbiamo altra scelta che affidarci a quei fragili vascelli che sono le parole fondamentali della nostra civiltà: "arte", "mito", "religione", "scienza", "tecnica", "filosofia" e così via. Ma il senso di questi nostri concetti non è sempre facile da traghettare su altre sponde. Nel caso della cultura giapponese, già il fatto che non si dia in essa una diretta corrispondenza con termini equivalenti appare un ostacolo insormontabile. Si è cercato a lungo, per esempio, un nome giapponese per dire "filosofia", si provò con "via dell’uomo" (jind), in quanto essa è la via del ragionare simmetrica a quella del Cielo; oppure con "legame delle cento scienze" (hyakugaku renkan), perché tradizionalmente collegava e governava l’insieme enciclopedico del sapere. Alla fine fu scelto tetsugaku, che rende quasi alla lettera "amore della sapienza" ed è, ma solo dal 1874, la traduzione giapponese riconosciuta di "filosofia". Anche per "arte" è soltanto da poco più di cent’anni che si è trovato un termine corrispondente: Gei, nel senso di "capacità" e "abilità", oppure Gei-jilsu per l’arte intesa come fenomeno estetico. Ma c’è una parola giapponese più antica, non contaminata dalla tradizione occidentale: Gei-d, alla lettera "la via dell’arte". Perché l’arte è esperita dalla cultura giapponese come "via"? Hisamatsu, sollecitato dalle domande di Heidegger, ce lo spiega nella sua sincresi di buddhismo zen e filosofia: "L’arte è una via con la quale l’uomo è introdotto nell’origine, e trova senso nel fatto che l’uomo, una volta introdotto nell’origine, ritorna alla realtà. L’essenza autentica dell’arte zen consiste in questo ritorno. Esso non è altro che l’operare, il porsi-in-opera della stessa verità zen. L’origine della realtà è la vera vita originaria, il Sé, ed è insieme il divino abbandono di ogni vincolo formale. Questo essere libero è chiamato anche Niente". Partendo da questa definizione si potrebbe spiegare come mai Heidegger - nonostante la sua reticenza a esprimersi sull’Oriente - sia stato oggetto in Giappone di un’assimilazione vasta e rapace. Fin dai primi anni Venti le sue lezioni furono seguite da visitatori venuti dall’Estremo Oriente, tra i quali c’erano i principali esponenti della "Scuola di Kyto": Tanabe, Miki, il conte Euki, Nishitani, Tsujimura. Forse vedevano in questo "sciamano della parola" un maestro capace di mettere in questione il modo di pensare occidentale, di fare ciò di cui l’uomo europeo è per loro incapace: pensare il Nulla senza concepirlo come qualcosa, entrando in quella disposizione libera e sgombra che più facilmente si apre all’altra sponda. Circa l’arte poi, doveva affascinarli l’azzardo con cui Heidegger decostruiva i concetti delle estetiche occidentali; ma anche lo scandalo che suscitava il suo assegnare un valore filosofico forte a concetti come "terra" e "cielo"; o ancora il suo singolare modo di definire l’arte, in cui chiunque potrebbe riconoscersi: quello che ci viene spontaneo quando, dinanzi a un capolavoro di Van Gogh, esclamiamo: "Questa è arte!". Viene alla luce nel dialogo la diversità, ma anche la complementarità tra pensiero d’Oriente e di Occidente. L’uno - come evidenza Jullien - è di tipo agonistico, pubblico, procede per argomenti, distinzioni e separazioni; confuta, contraddice e dirime; l’altro è improntato a una saggezza segreta, comprensiva dei punti di vista opposti, del tutto. C’è un bell’aneddoto che spiega questa differenza, così bello che si teme non sia vero. Agli inizi del Seicento lo shogun si era convinto che la superiorità degli europei in fatto di arte militare, politica, navigazione e commerci fosse dovuta alla loro conoscenza della matematica. Se la fece allora insegnare da un marinaio inglese che la possedeva, e in effetti conservò a lungo il potere morendo vecchissimo. Lui, detentore del sapere segreto, aveva dovuto andare a lezione da un marinaio, simbolo del commercio universale dello spirito. Ma c’è una massima altrettanto bella che dice: ex oriente lux, "dall’Oriente la luce". L’aneddoto e la massima potrebbero stare in esergo al dialogo tra Oriente Occidente: perché lumeggiano il pensiero che li unisce in ciò che hanno di identico e diverso, come terra del sol levante e paese dell’occaso. La Repubblica-26 GENNAIO 1998 □ |
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