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Pare che
tutto abbia avuto inizio
circa 3 o 4 milioni di anni fa,
quando l’australopitecus afarensis, trovatosi nel
bel mezzo del processo di deforestazione dell’Afar
etiopico, valutò che fosse molto più sensato acquisire
la stazione eretta per poter vedere bene avanti a sé
mentre correva nella savana, lasciando che le altre
scimmie, rimaste nella foresta, continuassero a
spostarsi di ramo in ramo servendosi degli arti
superiori. Fu allora che comparve la prima natica.
Subito, il Creatore deve avere temuto che l’abbandono
della postura carponi - che fino ad allora aveva messo
in evidenza il sesso ed agevolato l’accoppiamento
more ferarum - avrebbe potuto disorientare il nostro
non ancora particolarmente intelligente progenitore (dopotutto
lo sviluppo del cervello iniziava proprio in quel
momento, grazie alla saldatura del cranio alla colonna
cervicale), forse al punto da mettere a rischio la
prosecuzione della specie. Il Padreterno si premurò
pertanto di sviluppare anche sul petto della femmina un
paio di rigonfiamenti che, mimando le natiche
posteriori, attirassero le attenzioni del maschio anche
quando le arrivava da tergo. Il che deve essere
risultato particolarmente gradito ai nostri antenati,
visto che le statuette di 25.000 - 15.000 anni fa
riproducono donne dalle rotondità esagerate e debordanti,
sia ante che retro (le cosiddette
Veneri steatopigiche, letteralmente “dalle grandi
natiche”, come , ad esempio, quella di Willendorf o di
Lespugue).
A mettere un
po’ di divina proporzione tra tante esagerate masse
adipose pensarono poi gli antichi greci, e lo fecero
proprio bene se ancora a tutto giugno 2009 Rai 3 ha
potuto proporci una classifica nella quale il posteriore
più bello risulta quello di un bronzo di Riace datato
460 a.C.. Per il mito bisogna però attendere il II°
secolo a.C., quando due sorelle, venute alla lite su
quale delle due avesse il migliore fondoschiena,
chiamarono a giudice un fortunato giovane (ancora oggi,
del resto, gli uomini amano andare in televisione a
scegliere i pacchi) il quale giudicò, si innamorò di una
delle due ragazze e presentò l’altra al proprio fratello.
Fu così che si sposarono tutti e quattro, con grande
soddisfazione di Afrodite Callipigia (letteralmente,
“dalle belle natiche”), che ancora oggi possiamo
ammirare, mentre si volge a retro a rimirare il proprio
magnifico posteriore riflesso in uno specchio d’acqua,
in una copia di età adrianea sita al Museo Archeologico
di Napoli.
Se
nell’antichità classica la chiappa perviene alla sua
perfezione formale (addirittura fino alla sintesi di
entrambi i sessi nell’Ermafrodito, del quale
abbiamo un esemplare del I° secolo d.C. alla Galleria
Borghese di Roma), il Medioevo segna per contro una
drammatica battuta d’arresto del suo indice di
gradimento. La condanna degli appetiti della carne, da
San Paolo a Sant’Agostino, fa sì che i posteriori
vengano infatti ritratti raramente, e comunque al mero
scopo di instillare l’orrore verso il peccato, come ne
Il Giudizio Universale di Giotto a Padova o in
quello di Rogier Van der Weyden dell’Hôtel-Dieu
di Beaune in Borgogna. D’altro canto, nelle epoche più
morigerate il gluteo trova sempre una ben modesta
collocazione, come quando, in piena Controriforma,
vengono addirittura “messe le mutande” ai nudi della
Cappella Sistina.
Viceversa, la
frequente presenza delle natiche nell’arte ha sempre
contraddistinto le epoche più “allegre”, dall’alba di
un’umanità ancora spontanea ed innocente al Rinascimento
(si vedano ad esempio le Tre Grazie di Botticelli,
di Raffaello o di Correggio, ma non sfugga anche
l’apoteosi della natica veemente e scatenata di
Michelangelo, il quale nella Cappella Sistina ostenta
perfino il posteriore del Padreterno), al Settecento, il
secolo dei “libertini” (quando l’ideale diventa quello
delle natiche giovanissime e paffute dipinte da
Honoré Fragonard - permanentemente arrossate
probabilmente grazie all’uso di appositi cosmetici - e
da François Boucher, del quale Diderot nel 1765
ebbe a scrivere: “Quel Boucher prende il pennello
solo per mostrarmi tette e chiappe. Sono contento di
vederne, ma non voglio che qualcuno me le mostri.”),
alla Parigi gioiosa e mondana degli impressionisti (si
vedano le bagnanti di Renoir, Dégas, Henri de
Toulouse-Lautrec, Paul Cézanne, ecc…).
Venendo a noi,
già gli anni '90 venivano considerati dal magazine
Rolling Stone come la “decade del culo”, a causa
delle numerose canzoni nelle quali veniva esaltata
questa parte anatomica (anche in Italia, abbiamo avuto
Il tuo culo e il tuo cuore di Roberto Vecchioni),
ed è un fatto che, negli ultimi decenni, l’immagine del
posteriore abbia invaso ogni campo, tanto che siamo
inflazionati da natiche usate per pubblicizzare
qualsiasi cosa anche al di fuori di ogni pertinente
collegamento. Probabilmente, il superamento in atto dei
pregiudizi nei confronti delle sessualità prima ritenute
“diverse” e la perdita, da parte della Chiesa Cattolica,
di ascendente sulle masse quantomeno nel campo della
morale sessuale, hanno a poco a poco disancorato il
“lato B” da considerazioni negative afferenti il peccato
ed il senso di colpa. Un tempo, l’ano veniva assimilato
al buco dell’inferno ed i peli erano considerati “la
traccia visibile dei peccati della carne”: oggi il
fondoschiena, gradito ad uomini e donne, ad etero come
ad omosessuali, è diventato una sorta di icona del
consenso sessuale. Si aggiunga che il posteriore
possiede la perfezione geometrica delle figure astratte,
poiché la sua forma richiama la sfera e il cerchio,
simbolo di perfezione e di infinito (si vedano, per
tutte, la rotondità assoluta dipinta in Oh! Calcutta!
Calcutta! da Camille Clovis Trouille (1889 -
1975), e la famosa foto La preghiera di Man
Ray (1930), che ricorda una sfera spaccata); inoltre,
è determinante per l’armonia dell’intero corpo umano,
posto che la sua corretta collocazione rende
proporzionata l’intera figura.

Ma attenzione:
se il fondoschiena rappresenta la perfezione,
quest’ultima tende sempre ad attirare il desiderio della
profanazione. Infatti, il posteriore è stato da sempre
una delle parti preferite dai sadici. Scrive il marchese
De Sade ne La filosofia nel boudoir:
“Ah, sant’Iddio, se l’intenzione della natura non fosse
quella di indurci a fotter culi, avrebbe forse fatto il
loro orifizio proporzionato ai nostri membri? Questo
orifizio non è rotondo come loro?”. Ed anche
nell’ultimo secolo, non solo abbiamo visto “lati B”
esposti in tutte le posizioni (vedasi Ilona con il
culo per aria di Jeff Koons) e penetrati più
o meno consenzientemente, ma abbiamo anche visto uscirne
mani (Arthur Tress) ed entrarvi dita (Hans
Bellmer), fruste ed addirittura braccia intere (Robert
Mapplethorpe).

Fortunatamente, la perfezione è altresì ispiratrice di
allegria e positività. “Il culo, che meraviglia. E’
tutto un sorriso, non è mai tragico”,“Il culo si
diverte Per conto suo” ed “Eccolo che sorride il
culo”, scrive Jacques Prevert. Inoltre in
molte culture, tra le quali la nostra, è opinione comune
che toccare il posteriore porti bene, e di chi è
fortunato si dice che “ha culo”.
Ma i valori
formali del posteriore sembrano anche alludere ad un più
profondo bisogno di ricongiungimento. Nel Simposio,
Platone racconta che in origine esistevano creature in
cui i sessi erano riuniti: vittime della propria
presunzione, vennero punite da Zeus che le tagliò in due
parti distinte. Da allora, maschi e femmine vanno
inesorabilmente alla ricerca della propria metà,
afflitti dalla nostalgia dell’unità originaria. Tale
concetto è ripreso da Erich Fromm ne L’arte di
amare, ove si osserva che, quando un uomo nasce,
viene precipitato sulla terra in una condizione di
solitudine esistenziale dalla quale tenta continuamente
di evadere attraverso la fusione con un’altra persona. E
vi è chi ha argomentato che il posteriore, con la sua
perfetta simmetria delle due parti nell’unità, ci
ricorderebbe proprio l’originaria unione. In tal senso,
poeticamente, Pablo Neruda definisce le natiche
“le due sfacciate metà della mela”, e Jacques Prevert
sottolinea: “Il culo sono due lune gemelle … Va da
solo… nel miracolo - d’essere due in uno, pienamente.”

Peraltro, se
è la forma delle natiche ad ispirare cotanti sentimenti,
la vera fonte della fascinazione pare risiedere nella
fesse, la fessura. Moravia, ne L’uomo che guarda,
sottolinea come l’operazione scientifica che conduce
alla scoperta dell’energia atomica implichi una
“fissione” iniziale, e come le parole “fissione” e
“fessura” abbiano una radice comune. In entrambi i casi
si avrebbe dunque la scoperta di un mistero solenne
della natura, fatto sul quale concorda anche Salvador
Dalì. “La cosa più importante del mondo è il buco
del culo” afferma infatti, aggiungendo che
“attraverso il culo i misteri più grandi diventano
sondabili e sono persino giunto a scoprire una profonda
analogia tra le natiche di una mia invitata a Port
Lligat, a cui ho chiesto di spogliarsi, e il continuum
universale che ho chiamato continuum a quattro natiche (ossia
l’atomo)”. Milan Kundera, poi, nello spiegare
perché mai Apollinaire avesse deciso di promuovere il
fondoschiena a “nona porta” della donna, quale “porta
suprema” e di tutte “la più misteriosa”, ci rende
partecipi di “questa rivelazione: è il buco del culo
il punto in cui si concentra miracolosamente tutta
l’energia nucleare della nudità. … La vulva: rumoroso
crocevia in cui si incontra la garrula umanità, tunnel
attraverso il quale passano le generazioni. Solo gli
stolti si lasciano convincere dell’intimità di questo
luogo, il più pubblico di tutti. L’unico luogo veramente
intimo …è il buco del culo, la porta suprema: suprema
perché la più misteriosa, la più segreta.” (La
lentezza, Adelphi 1995).
Pertanto, come
scrive Patrick Grainville…“Dio ci preservi da
sederi senza buco!”. Ma
fortunatamente, ci sembra di poter escludere una simile
evenienza, anche perché il posteriore – sono in molti a
sostenerlo – dovrebbe essere incapace di simulare
alcunché: infatti a differenza del viso, che è la parte
del nostro corpo più utilizzata per mentire nei rapporti
sociali, il sedere, non possedendo muscoli mimici,
sarebbe il luogo della sincerità, proprio perché non si
è in grado di controllarlo. Vi è poi chi asserisce la
“sincerità” del posteriore collegandola al fatto che il
medesimo non confonde “la funzione ricreativa con quella
riproduttiva” (Tinto Brass, Elogio del culo).
kate
moss
Insomma, a
voler lodare il “lato B” si trovano argomentazioni a
iosa. Ancora,
vi sono studiosi che impiegano le proprie giornate – e,
forse, anche il denaro dei contribuenti – nella ricerca
di formule che esprimano la perfezione del sedere, come
lo
psicologo David Holmes della Manchester
Metropolitan University, secondo il quale tale
perfezione deriverebbe dal rapporto di una serie di
fattori quali forma, rotondità, rimbalzo, compattezza,
consistenza della pelle e proporzione fianchi/vita. A
questa formula risponderebbe poi il posteriore - tondo,
sodo e non molto pronunciato - della cantante
australiana Kylie Minogue. Ma che si concordi su
tale modello, o che si preferisca quello tonico e
muscoloso delle foto di Helmut Newton, oppure la
“donna-culo” enorme e rassicurante amata da Federico
Fellini, od infine che ci si limiti a prendere atto
delle agnostiche serie di posteriori filmati da Yoko
Ono, è chiaro a tutti che oggigiorno non si può
oramai più prescindere da ciò che già Jean-Paul Sartre
aveva identificato e definito “l’ilare importanza del
deretano”.
Margherita Gastaldo |