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DENIS SMANIOTTO DE RADIIS: Teorica delle arti magiche di Ya’qub Ibn Ishaq al-Kindi Il trattato sui raggi, di cui l’originale manoscritto arabo è andato perduto, è conosciuto in occidente con il titolo latino di De Radiis.Teorica Artium Magicarum, ossia Teorica delle arti magiche. In realtà il libello fa riferimento a una concezione filosofica ab-norme se guardiamo a quello che è e sarà lo sviluppo delle problematiche, in occidente, dei pensatori diciamo così ortodossi, contrapposti e spesso in contrasto con coloro che cercheranno altre verità al di fuori delle tematiche rigidamente dibattute ormai da secoli sotto diversi aspetti (intendo quel filone tardomedievale e rinascimentale, Ficino, Bruno, Campanella, Cardano ecc., che uscirà dall’ombra delle speculazioni proibite per poi esservi rigettato dall’ondata di un nuovo razionalismo che ne impedirà un approfondimento alla luce del sole);non così se consideriamo invece la naturale influenza che le più diverse e variegate culture che circolavano a Baghdad agli inizi dell’800 d.C.,ebbero sul testo e quindi sul suo autore in maniera più o meno diretta. al-Kindi, nasce probabilmente a Bassora, intorno all’800 d.C.; ancora giovane si trasferisce a Baghdad dove prende parte all’attiva vita culturale della città, grazie anche alla protezione offertagli dal califfo Abbasid, la cui dinastia incoraggia gli interessi artistici, scientifici e filosofici, e al suo successore il califfo al-Mamun, colui il quale fondò la cosiddetta “Casa della Conoscenza” nel 830, primo grande e importante centro di traduzione dei testi greci. Qui egli è attivo sia come traduttore di testi filosofici greci in arabo, sia come autore di testi originali. Sebbene sia ricordato come il primo grande filosofo arabo, al-Kindi era in realtà interessato a una innumerevole quantità di discipline e spaziava dalla Natura alla Fisica, dalla Medicina alla Astrologia e all’Astronomia, dalla Musica all’Alchimia, dalla Mineralogia alla Meteorologia, tanto che gli sono stati attribuiti circa duecentosettanta lavori, in gran parte purtroppo perduti. Nei suoi lavori filosofici grande importanza ebbero fonti greche quali la Metafisica di Aristotele anche se bisogna dire che egli svilupperà un pensiero originale che a volte si trova in evidente contrasto con quello del filosofo greco; tradusse egli stesso quella che era considerata la Teologia di Aristotele (in realtà si trattava di un compendio delle Enneadi di Plotino); fu conoscitore della dottrina Platonica tramite i Neoplatonici che erano giunti nel mondo arabo grazie alle medesime scuole spostatesi prima in Siria e poi ad Harram. Ed è proprio da un esponente di questa scuola che probabilmente al-Kindi entra in contatto sia con il mondo Neoplatonico e greco in generale, ma anche in maniera fondamentale per le sue concezioni filosofiche, con le antiche dottrine di sapore esoterico dei Sabei il popolo di Harran, altrimenti detti Harranei, una comunità religiosa che assommava a una eredità della tradizione spirituale semitica, una sapienza astrologica di carattere ermetico proveniente dalle regioni occidentali. D’altra parte Baghdad si trovava allora ad essere al centro di un intenso scambio, crocevia di diverse culture che l’occidente guardava con sospetto e disappunto: trattati di astrologia e alchimia, eredi di sapienze magiche giungevano dall‘antico Iran, conoscenze la cui importanza dovette essere cospicua e decisiva per la perpetuazione del patrimonio di una cultura magica maturata in queste terre, prima di irradiarsi verso il bacino del Mediterraneo nel tardo Medioevo. Lo stesso al-Mamun pare avesse richiesto che venissero compilate nuove tavole celesti per una migliore conoscenza di quella che egli definiva la “scienza dell’ordinamento delle leggi”: un interesse radicato dunque che era anche pienamente riconosciuto in molti casi. Anche comunque le sponde del mediterraneo favorivano ricordi di vecchie pratiche esoteriche risalenti alla tarda Antichità, opere di alchimia le quali vennero tradotte dal greco in arabo già dal VII sec. Sotto questa luce, non appare dunque più fuori norma un trattato come questo che affonda le proprie radici in tradizioni sapienziali tanto lontane dal mondo occidentale cristiano, quanto piantate fermamente sul terreno naturale quello arabo, e nella fattispecie di Baghdad, in un contesto culturale all’epoca indubbiamente più coraggioso di quanto non lo sia stata la cultura Europea soggiogata dai timori o forse dagli interessi della Chiesa che hanno impedito una più temeraria espansione del sapere. Dunque le arti magiche del titolo latino debbono essere considerate solo fatte certe premesse, necessarie per rendere l’assoluta arbitrarietà della dicitura “magia” salva da ogni tendenziosa e frettolosa interpretazione. Semmai si può stare a discutere sul concetto di magia, del quale lo stesso autore tratterà nel saggio, distinguendo tra una definizione superstiziosa di magia, che imputa la ragione dei fenomeni non spiegabili all’azione di forze sovrannaturali, e una magia che sta a significare invece la precisa conoscenza dei fenomeni occulti che rientrano in un quadro perfettamente naturale, in accordo con i principi teologici (a volte in bilico) che stabiliscono l’esistenza di un Dio sopra e prima di ogni cosa. Secondo i principi di questa seconda definizione si muove la teoria di al-Kindi.
L’ARMONIA CELESTE Alla base della possibilità, secondo il filosofo, di conoscere e interagire con tutti i fenomeni naturali, quindi della sua teoria “magica”, sta una concezione particolare del cosmo che ne svela definitivamente la complessa e impercepibile verità. Ogni corpo celeste, ogni stella, forte della sua natura unica, decisamente individuale, effonde raggi che si propagano in ogni direzione, a 360 gradi, dal suo centro e raggiungono ogni punto vicino o lontano dell’universo, trasmettendo a tutto ciò che questi vanno a raggiungere (cioè a ogni cosa esistente) la natura di cui sono portatori, quella stessa natura dell’astro da cui provengono. Per natura si intendono qui le sue virtù, le sue caratteristiche peculiari e individuali, cosicché avverrà che il sole emetta raggi caldo-secchi, Venere raggi con le caratteristiche di Venere e così via. “Ogni stella ha la propria natura e condizione nella quale è contenuta, tra gli altri caratteri, la proiezione dei raggi. E come ciascuna ha la propria natura, che non accade di reperire totalmente in nessun altra e nella quale è inclusa l’emissione dei raggi, così gli stessi raggi nelle diverse stelle sono di differente natura, proprio come lo sono le stelle tra di loro” D.R. cap. II I raggi stellari interagiscono quindi continuamente tra loro, sul mondo elementale dove la diversità della materia è concorde alla ricezione più o meno intensa di differenti raggi, o come si può anche dire, di differenti nature. È bene specificare dunque che ogni forma che la materia prende nel mondo sublunare è favorita da una particolare posizione di tutti gli astri in quel preciso momento; ogni cosa è unica e frutto di quell’istante, nata in quelle determinate e sole circostanze, a condizioni strettamente delineate. Un mondo elementale quindi, perfetta immagine di quello sovralunare, e quindi tanto più e a maggior ragione, anch’esso coinvolto in questa fitta rete di proiezioni continue di raggi che da ogni sostanza si dipartono in ogni direzione trasmettendo, e influenzando in un continuo scambio dal reciproco sostituirsi della causa all’effetto e da questo ancora alla causa (e così via), la natura a essi propria la quale torna così necessariamente a interagire anche con il mondo astrale, secondo un’armonia perfettamente e costantemente sussistente. Se all’uomo difatti sfuggono determinate interazioni tra i fenomeni naturali, non è per la mancanza tra questi di una connessione diretta, credenza che da adito come già abbiamo accennato a pericolose superstizioni, bensì alla sua ignoranza e precisamente alla fallacia dei suoi sensi che impediscono a un intelletto tarato sulla loro stessa funzionalità, e quindi necessariamente limitato come lo sono questi (e qui la ragione ne da conferma quando impotente si blocca davanti a ciò che non conosce), di percepire le cause occulte ma perfettamente esistenti e in qualche modo rintracciabili di accadimenti considerati “misteriosi”. “[…]quando da una specie di materia è generata una specie di cose contrariamente al solito, si ritiene che tale generazione avvenga contro natura. In verità […] opera la medesima armonia celeste, che nei diversi luoghi e tempi agisce così variamente da produrre da ciò che è simile, fenomeni ora simili ora dissimili, e questo frequentemente in alcune cose, raramente o rarissimamente in altre ed in altre ancora mai.” D.R 2 Ogni cosa risulta piuttosto inserita, secondo al-Kindi, in un contesto armonioso, ove ogni effetto ha una sua causa, anzi una moltitudine di cause (in maniera indeterminata, infinite), ed è a sua volta causa di un altro effetto, in un cosmo dove cieli e terra sono continuamente interagenti tra loro, mezzi di questa azione causale. Una metafisica dice dunque al-Kindi, non intendendo con ciò indicare lo spazio di un trascendente che non si può conoscere nei termini dell’umana conoscenza, ma invece una fisica più ampia, che si estende ai cieli e alla considerazione della loro diretta influenza sulla terra. È qui bene ricordare che l’autore è un forte sostenitore dell’Islam e del Corano, e che quindi la sua teoria causale non si può che attenere strettamente a una concezione di Dio quale unica e vera causa, assolutamente libera, che ha creato il mondo dal nulla e per la cui unica volontà le cose accadono e il cosmo è pervaso da una armonia. Ogni causa è allora in realtà solo un mezzo di quella che è l’unica vera causa, Dio stesso, il quale trascende totalmente il mondo. Anche i raggi saranno quindi semplicemente mezzi di una azione causale e non vere e proprie cause, e perciò non avendo nessun tipo di potere creativo che dia loro la facoltà di creare da nulla, o che possa conferire essenza o esistenza, la loro azione si limiterà alla trasformazione delle cose che già esistono. In effetti sarà precisa intenzione di al-Kindi quello di testimoniare con il suo lavoro che la verità e quindi Dio, sia raggiungibile sia attraverso la ragione, sia per mezzo della fede che dona la grazia, dando la stessa importanza ai due modi di conoscenza. Allora, anche nel mondo elementale si producono dunque raggi che come quelli astrali agiscono insieme sulle altre sostanze, rimanendo più o meno accettati a seconda delle loro intrinseche nature che stabiliranno così delle convenzionali simpatie e antipatie, con intensità più o meno efficaci stabilite anche su fattori come la distanza e l’angolo di incidenza. Se l’efficacia è la facoltà di emettere raggi da parte di una sostanza, l’effettività è invece la reale portata di questa radiazione. Come dire qualità e quantità. Vero è che in un sistema causale così stretto, dove idealmente è rintracciabile la causa di ciascun avvenimento, ogni cosa che accade non accade secondo una legge di contingenza che stabilisce che una cosa sia possibile rispetto ad un’altra. No, qui tutto ciò che continuamente passa dalla potenza all’atto, tutto ciò che prende forma, segue una rigida legge di necessità, entro la quale lo “strano”, l’“abnorme”, e l’“insolito” sono solo illusioni, credenze dovute a una ignoranza di fondo. Che accada l’imprevisto, ciò che secondo le aspettative non era atteso, è una apparente anormalità, poiché il risultato è l’effetto di una azione da ricondurre alle cause (tutte le cause!) che l’hanno generato e questo è perfettamente adeguato all’armonia che ne ha deciso la natura. Solo ignoranza dunque, ribadita, l’ignoranza di una più stretta relazione tra i fenomeni sfuggita a un intelletto limitato dai sensi, cosa che i sapienti antichi (alcuni) hanno scoperto per amore della verità. È ancora l’ignoranza la causa dell’umana opinione sugli eventi futuri dice al-Kindi, e per tramite di essa la nascita delle umane passioni quali il desiderio, la speranza e il timore (e anche in un certo senso ne è causa l’imperfezione dell’esistenza), in realtà chiavi preziose di quella unità reggitiva della quale fanno parte, che conferisce all’uomo la potenzialità e la capacità della sua libertà rispetto alla necessità, del suo saper modificare gli effetti dei raggi che lo dominano inesauribilmente. Da tutto ciò scaturisce poi l’interessante conseguenza per cui se a qualcuno fosse possibile di conoscere totalmente una cosa, questi avrebbe in mano la conoscenza di tutte le cause che l’hanno prodotta e quindi dell’intera armonia celeste, passato presente e futuro, l’intera legge di causalità svolta in maniera consequenziale in tutte le sue implicazioni. E viceversa, ogni cosa sarebbe indovinabile e conoscibile interamente se a questa si potessero ricondurre tutte le cause (in un certo senso infinite) che l’hanno generata. Dalla cosa all’armonia celeste e dall’armonia celeste alla cosa. Un’ideale molto allettante. Indubbie fonti di una tale visione del cosmo sono i Neoplatonici (soprattutto Giambico e Proclo) per la relazione da essi suggerita tra astrologia e magia, mentre è ai Sabei di cui abbiamo accennato che si deve ricondurre maggiormente l’influenza araba. D’altronde è nota la tendenza araba a sviluppare e integrare spesso insegnamenti platonici e aristotelici in un’unica formula (si veda ad esempio il già citato fraintendimento tra quella che era una parafrasi delle Enneadi di Plotino e una fantomatica Teologia attribuita ad Aristotele); non stupisce dunque lo stile kindiano che usa unire questi due grandi riferimenti, anche se egli starà ben attento a creare una propria nuova terminologia soprattutto in riferimento ai concetti di Aristotele. Allora, riprendendo, la trasmissione via raggi produce un effetto di movimento, di cambiamento nella sostanza o nell’accidente che li riceve.
L’UNITA’ REGGITIVA Centrale, quindi, ai fini della riuscita di un qualche tentativo di manipolazione dei fenomeni, oppure possiamo anche dire di un qualche atto magico, è questa idea della reciprocità tra il potere causale del mondo astrale e quello del mondo sublunare. Infatti solo con la piena consapevolezza di poter influire sugli astri tramite il mondo elementale, dove consapevolezza sta a significare una conoscenza profonda dei meccanismi naturali, solo in questo senso possiamo dedicarci a uno studio proficuo sulle condizioni ottimali da procurarsi per ottenere un determinato effetto. “In tanta grande diversità delle cose per l’uomo non c’è conoscenza percettibile se non di pochi fenomeni e di questi pochi fanno parte quelli che possono essere esaminati dall’umana previdenza; al momento bisogna investigare solo ciò che procede dalla volontà umana […] L’uomo per la propria esistenza proporzionata nasce simile a questo mondo. Perciò è detto microcosmo, poiché riceve il potere di indurre il movimento nella materia adeguata, attraverso la sua azione, proprio come l’ha il mondo, ma dopo che nell’anima umana si siano formate immaginazione, intenzione e fede”. E’ dunque tale Unità Reggitiva che fa da snodo importante per la produttività nell’uomo di raggi che modificano la realtà; sorta di centro organizzativo e funzionale delle capacità e delle passioni di ogni individuo, l’unità reggitiva accoglie in sé il desiderio, la speranza e il timore, semi il cui potenziale frutto è l’arte magica stessa. Queste tre istanze infatti, originatesi sullo scarto dell’umana ignoranza (quell’ignoranza dovuta all’intelletto, che non vede l’ineluttabilità di ogni fenomeno), si configurano in realtà come potenzialità che l’uomo può sfruttare al meglio, nel tentativo di ottenere benefici per sé o malefici per chiunque. Ed è qui che entra in gioco anche l’intenzionalità, la capacità di significazione umana. Difatti l’uomo è in sé stesso una sorta di microcosmo, immagine di una precisa formazione stellare, nonché elementale, che gli hanno conferito una indissolubile individualità, una sua propria natura. Ora, anche l’uomo come ogni altro composto e similmente, strutturalmente, al macrocosmo, irradia la sua natura dal proprio centro, in conformità all’armonia celeste di cui fa parte. Fin qui già detto. Ma supponiamo che l’uomo in questione decida, anzi voglia, interagire attivamente con la ferrea necessità dell’armonia universale; a differenza di altre sostanze, passive nel ricevere e nel proiettare in continuità queste virtù, l’essere umano ha la possibilità, dice al-Kindi in base alle scoperte di alcuni sapienti che in modo stupefacente hanno verificato la potenzialità di tali pratiche, ha la possibilità dicevo, di cambiare il corso degli eventi. Allora accade che l’uomo possa, e possa come dice al-Kindi, solo dopo che nella sua anima si siano formate immaginazione, intenzione e fede. E può poiché anche l’oggetto dell’immaginazione, la prefigurazione del desiderato, ha una immagine ricavata dal mondo e come in questo gli oggetti emettono raggi, così anche l’immaginazione produce una certa quantità di “energia radiale”, la quale è in grado di muovere più o meno efficientemente gli oggetti esterni, come la realtà di cui è immagine.“Così il desiderio accolto dall’uomo che un movimento giunga ad uno o più individui, unito alla rappresentazione di questo stesso movimento rende l’immaginazione capace di muovere gli individui posti all’esterno grazie ai raggi ad essi trasmessi”. Ma bisogna che il desiderio sia intenso perché sia sufficiente ad avere un effetto di movimento prosegue nel trattato al-Kindi, e che sia suffragato dalla fede, una fede incrollabile nell’esito sperato, poiché in mancanza di questa il semplice desiderio non è sufficiente. Tutto ciò comunque non basta a muovere oggetti distanti, poiché trattandosi di oggetti spirituali, desiderio, immaginazione e fede non hanno una forza sufficientemente concreta, quella che hanno invece elementi con un’esistenza in atto, e quindi solo raramente bastano per ottenere l’effetto sperato. Dunque qualcos’altro è necessario, qualcosa che rafforzato magari da immaginazione, desiderio e fede, produca dei raggi abbastanza forti da riuscire a cambiare il corso degli eventi, a muovere la realtà a proprio piacimento: questo qualcosa d’altro è rappresentato da due generi di azioni, che se sapientemente indirizzate sortiscono sicuramente gli effetti voluti, e sono l’espressione verbale, ad esempio preghiere o invocazioni, e l’operazione manuale, dalla produzione di amuleti e talismani alla pratica di rituali complessi e sacrifici animali.
SUONI, IMMAGINI, FIGURE Dunque oltre le sostanze, anche le intenzioni debitamente figurate nel pensiero e la fede nei loro esiti sperati emettono raggi. Ed mettono raggi nell’uomo e da qualsiasi altra fonte che sia in grado di pronunciarne, anche i suoni e le parole che si comportano come qualsiasi altra realtà attuale che agisce armoniosamente nel mondo. Anche i suoni essendo tanti e diversi trasmetteranno un proprio determinato effetto, diverso da quello di qualsiasi altro. Ognuno ha una sua specificità e potrà essere utilizzato conoscendone le potenzialità, al momento più propizio per un suo eventuale utilizzo; e per ottenere con più sicurezza un determinato effetto, tali suoni saranno proferiti unitamente alla immaginazione al desiderio e alla fede che come abbiamo visto agiscono prefigurandosi l’oggetto ricercato, ottenendo una discreta produzione di raggi agenti. D’altra parte al-Kindi sostiene che ogni suono abbia un suo potere conferitogli dall’armonia celeste, e che a questo potere naturale se ne sommi un altro, rappresentato dalla significazione del suono, che ne potenzia evidentemente l’effetto. Cioè a dire: ogni suono possiede già in sé un potere naturale; quando l’uomo utilizza tale suono, dandogli per sua libera intenzione un significato preciso, connotando una specifica cosa, un oggetto, non fa altro che sommare le due distinte potenzialità, quella conferita dall’armonia celeste, legata al tema natale, e quella che il significato provveduto dall’uomo contribuisce a produrre. È quindi ancora ribadita l’importanza dell’intenzionalità alla base di ogni azione umana, nei riguardi anche della propria libertà in un mondo che segue il suo corso ineluttabilmente. Di conseguenza, un suono significato introduce nella materia un movimento diverso da quello che avrebbe prodotto in mancanza di significato. Nel trattato kindiano è specificato che a differenza delle realtà eterne, come le piante che hanno le proprie virtù conferitagli dall’armonia celeste e che non perdono finché durano, i suoni variano invece le proprie valenze al variare della materia che via via andranno a significare, intendendo forse qui riferirsi alla dinamicità di ogni linguaggio. “Per cui accade che i raggi che essi emettono talora producono un movimento nella materia, talora no […] secondo la diversità della loro natura e della materia che subisce il suono quand’esso è proferito”. Dunque ogni suono ha spesso sia una significazione celeste che una umana, e frequentemente i due significati non coincidono. Ma se ciò avvenisse avremmo rafforzata notevolmente l’efficacia dei raggi. Qualsiasi parola, qualsiasi suono sensato o meno, sortisce un effetto sempre in concomitanza con l’armonia celeste. Così la scoperta di questa realtà può essere utilizzata, come è stato, dai grandi sapienti, che per caso o per innata propensione dovuta alla loro particolare complessione, ne sono venuti a conoscenza in svariate maniere non ultima l’esperienza diretta (verrebbe da dire casuale se non andassimo contro i principi della stessa ferrea legge di necessità), per muovere verso di sé ciò che il desiderio ha inseguito. È dunque solo e ancora l’ignoranza dei sensi a non riuscire a percepire ogni pur minimo sollecito che i suoni inducono, e anche l’ignoranza derivata che è ignoranza delle vere cause: solo ciò che viene percepito viene considerato sufficientemente importante per una qualsiasi capacità di generare bene o male. Ma qualsiasi altro influsso troppo debole non recepibile a livello sensibile, non viene ricondotto apertamente al potere di infrazione dei raggi e rimane piuttosto qualchecosa di misterioso. Preghiere scongiuri e invocazioni sembrano allora avere origine dalla episodica scoperta di queste connessioni. Ma naturalmente Dio, che gli uomini hanno posto come principio necessario di questa catena causale, decretandone l’assoluta preminenza su ogni cosa, e sostenendone l’impronunciabilità e l’inconoscibilità di fondo che lo relega a unica vera causa prima, trascendente la natura, non può questo Dio immobile di certo scomodarsi per esaudire le preghiere degli uomini, Lui che ha assoluta libertà e volontà di agire. Se un effetto è constatabile è solo l’efficacia di formule che agiscono di per sé stesse sull’armonia celeste modificandone le condizioni, a giustificarne l’accaduto; siamo noi a esaudire le nostre stesse richieste, o qualcuno per noi, non Dio che è il creatore e la vera causa se vogliamo di questa possibilità. Ma di questo abbiamo già detto. “Poco importa per ottenere un effetto di movimento che esistano o non esistano o che siano o non siano esistite le operazioni e passioni attraverso le quali avviene l’invocazione, purché vi siano nell’invocante un intenso desiderio e la dovuta solennità”. Tanto vale per invocazioni, benedizioni, scongiuri e maledizioni. “Ed hanno avuto conoscenza di alcuni di questi nomi alcuni sapienti antichi che grazie alla loro pronuncia e al loro potere con la debita solennità, hanno operato molte cose mirabili, anzi, hanno procurato con la loro azione una condizione favorevole alla natura celeste ed elementare”. Così dunque il potere delle parole e dei suoni in generale. Similmente, o detto meglio, in base al medesimo principio, si può agire per mezzo delle figure. Ogni figura (per il quale termine si intendano perlopiù figure quali pentacoli, disegni o figure spesso a forma di stella) applicata in un certo preciso modo, in conformità all’effetto che si vuole ottenere, procurerà un emissione di raggi che andranno a influire sulla realtà tanto più efficacemente ed effettivamente (sia qualitativamente che quantitativamente), quanto più se ne conosce la natura e si è in grado di utilizzarla nel giusto modo, padroneggiando le conoscenze essenziali di queste pratiche magico-teurgiche. Se tali emblemi saranno sostenuti da una chiara volontà, sicuramente la loro azione sarà potenziata. Se ciò funziona con amuleti e figure di vario genere, anche una precisa immagine (forse da intendere con il significato di talismano) andrà ad influire sul tema natale del soggetto prescelto, dopo che si avrà accuratamente scelto natura e caratteristiche della materia che dovrà rappresentare al meglio il suo archetipo, producendo radiazioni utili ai propri scopi (così l’oro sarà una buona immagine del sole e via dicendo). C’è da dire che : “L’immagine dell’animale, poiché è il simulacro dell’animale che ha un centro ed una unità reggitiva che più si avvicina all’equilibrio, come il mondo, è più atta a ricevere un potere […] di quanto non lo siano le specie di cose che hanno un centro ed un’unità reggitiva parecchio distante dall’equilibrio.” Tra le azioni manuali che agiscono attivamente sulla materia c’è da aggiungere infine il sacrificio animale, d’altronde tanto caro al mondo islamico da meritare una sua precisa collocazione. Secondo il trattato dunque l’uccisione dell’animale comporterebbe un effetto diretto sul mondo sottoposto all’armonia celeste, dove ogni esistenza è perfettamente regolata e dove la causalità stabilisce incessantemente il destino degli enti, quali anche gli animali. Uccidere l’animale significa andare contro natura, invertire le leggi naturali che lo decretano ancora vivente secondo necessità e che qualcuno può sconvolgere intenzionalmente; agire sul suo tema natale e quindi ancora una volta sull’armonia celeste. Un potere per raggiungere uno scopo. Rimane solo il dubbio sulle implicazioni etiche a cui d’altronde al-Kindi non accenna: il sacrificio umano ha la stessa valenza? È chiaro insomma che molte sono le modalità in cui l’uomo può agire nel mondo della necessità; abbiamo visto, attraverso i suoni, le figure, le immagini, i sacrifici animali, le intenzioni, tutte possibilità sottoposte all’armonia che riveste il cosmo, e che assicura l’intima connessione di tutti i fenomeni, vera e propria ragione e spiegazione della possibilità dell’azione umana (sopra ogni apparente possibilità), diciamo pure della sua libertà che procede dall’innata capacità di intenzionare e significare ciò che lo circonda. Quasi per voler ancora una volta insistere sull’importanza del tema celeste sopra ogni cosa, al-Kindi conclude il trattato ribadendo per una perfetta riuscita di queste mirabili operazioni, la necessità della scelta accurata di tempo, luogo e circostanze propizie al miglior conseguimento dell’effetto voluto. Come d’altronde ogni sapiente che conosce i segreti della natura delle stelle e degli elementi non manca di riguardare all’inizio di ogni sua operazione.
RISULTATI IMPERFETTI Probabilmente la questione più significativa in un contesto così particolare, è in realtà anche quella più delicata: un cosmo unitario dove ogni cosa è mezzo di una relazione tra cause ed effetti che si influenzano reciprocamente, un fluire continuo di nature che plasmano nuove individualità, una necessità che determina se pur a ben vedere indeterminatamente; e d’altra parte la possibilità, la decisionalità che annullano in un certo senso l’armonia, pur su essa facendo conto, l’intenzione di ottenere precisi effetti. Necessità e possibilità. Che le cose stiano come sono lo decide l’armonia cosmica, che debbano cambiare lo intenziona l’uomo. È il dilemma che sorge quando al-Kindi suggerisce l’ideale raggiungimento di una conoscenza perfetta, quando cioè vi è la piena comprensione della cosa, delle cause che l’hanno generata, dell’armonia, passato, presente futuro; ma quanto in realtà ci si può avvicinare a una tale conoscenza? Poiché l’effetto è approssimativamente, ma pare mai, identico a quello calcolato e preparato dall’azione magica. Non può esserlo se non c’è una effettiva conoscenza di tutto ciò che concorre a individuarlo, e poiché è l’intera armonia che agisce su di esso, siamo a capo. E così si dipana la questione lungo tutto il trattato, sospesa tra determinismo e in determinismo assoluti, tra, ancora, possibilità e necessità, ragione e fede, macrocosmo e microcosmo. Questioni che sapientemente dibattute introducono un motivo teologico, e che riportano il libro in questione a una dimensione religiosa soggiacente, sempre presente d’altronde: la questione di Dio. La tendenza infatti al controllo, alla comprensione totale dei fenomeni, la perfezione massima che ha in mente ognicosa, ogni interazione, ogni causa ed ogni effetto, sarà la strada a Dio, quella conoscenza perfetta che gli uomini, i maghi, inseguono tramite fede o tramite ragione, la sapienza che porta a Dio, al congiungimento con esso. Ed è secondo questo modello di perfezione che al-Kindi attribuisce forse il ruolo centrale alla facoltà dell’immaginazione: essendo infatti questa indipendente dai sensi, e tra l’altro dunque più attiva durante il sonno, non solo permette di percepire le realtà senza fondamento fisico, ma permette anche di percepire le cose prima che accadano, prima di conoscerle. Una sorta di ponte dunque che testimonia della perfezione e allo stesso tempo dell’imperfezione tra i due mondi dell’umano e del divino. È solo in base a uno stato di perfezione dell’anima che si producono effetti ad un certo grado di perfezione; idealmente, un’anima perfetta produrrà una immaginazione perfetta, che significa una conoscenza perfetta. Allora dunque pare condurre qui il trattato, dall’imperfezione a una auspicabile perfettibilità delle proprie azioni, della propria conoscenza, in vista di Dio. La via magica dell’imperfezione che studia gli effetti e le loro cause. Partendo dall’imperfezione dei risultati. Denis Smaniotto |